Interessi
Arti Figurative
Il primo approccio
Il mio primo approccio alle arti figurative risale all’infanzia, in quelle giornate in cui tra noi fratelli più piccoli scoppiavano liti che neanche mia madre, con la sua arte affabulatoria del racconto, sapeva placare. Allora, soprattutto se andavo personalmente a chiederle giustizia per qualche dispetto subito, lei ricorreva all’aiuto di mio padre, invitandomi a chiedergli di disegnarmi una bambolina con i suoi vestiti.
Un scelta che si rivelava molto astuta: perché il rito del disegno poteva
iniziare solo dopo essersi procurati un foglio da riciclo adatto allo scopo.
Così il tempo trascorso con mio padre si dilatava e la lite finiva nel
dimenticatoio, garantendo il ritorno alla tranquillità a tutta la numerosa
famiglia.
Dunque, trovato il foglio adatto (il ricorso agli album da disegno dei fratelli che frequentavano la scuola era un’eresia per i miei genitori, che avevano entrambi vissuto le difficoltà di due guerre mondiali e tiravano la famiglia composta da nove figli e la nonna paterna con il solo stipendio di papà) mio padre si sedeva al suo posto, in sala da pranzo, e io mi inginocchiavo sulla sedia a capotavola, nell’angolo immediatamente alla sua sinistra.
La scelta, purtroppo, non era delle più felici: papà era mancino, e quella posizione mi costringeva a contorsionismi per garantirmi la visuale, e spesso venivo invitata a stare tranquilla, per evitare rovinosi capitomboli.
Ma tant’è, era comunque la posizione migliore. L’attesa per il risultato finale era ormai grande, e il fascino per la figura delicata che a poco a poco prendeva forma grazie alla sapiente mano di mio padre era enorme. Non mi sfiorava neanche l’idea che avrei potuto imparare anch’io, un giorno. Anche se non avrei mai raggiunto l’abilità tecnica paterna, nel taglio, più ancora che nel disegno.
La stessa ammirazione ricordo di averla provata una mattina, vedendo mia sorella
Maria riprodurre il busto di una raffinata signora con un enorme cappello nero
dalla foto di una rivista.
Ricordando a memoria l’immagine, direi che si trattava di un ritratto
della splendida Audrey Hepburn,
una foto di scena da Colazione da Tiffany.
Credo che allora sia scattato in me il desiderio di emulazione.
Non sapevo ancora che il disegno sarebbe stato, con la matematica, la chimica e poi l’inglese, tra le materie scolastiche preferite, alla scuola media e al liceo scientifico.
Ma quell’esperienza infantile mi ha lasciato una ricchezza ancora più grande: la voglia di sperimentare come vivevano le stesse esperienze altri bambini. Scoprendo così, con i miei nipoti prima, mio figlio poi, che il disegno è una delle forme di gioco più apprezzate dai bambini, fin dalla più tenera età. Non occorre essere novelli Giotto. Ai bambini basta riconoscere semplici forme, un ovale con due puntini al posto degli occhi e una linea più o meno curva come bocca è più che sufficiente per rappresentare un viso. Anzi, a volte possono essere spaventati dalla perfezione degli adulti: troppo perfezionismo potrebbe bloccare i tentativi di imitazione.
La potenza espressiva del disegno può anche essere un ponte per superare l’ostacolo di parlare lingue diverse, come mi è capitato di verificare con Mauritz, un bimbo tedesco di tre anni, mio vicino di bungalow qualche anno fa. Non avevo ancora studiato il tedesco e le mie conoscenze si riducevano a poche parole, per lo più saluti e beni di prima necessità. Per cui l’unica forma di gioco che riuscii a trovare per soddisfare la sua curiosità nei miei confronti fu il disegno, col provvidenziale sostegno della madre, che traduceva in inglese le richieste che non comprendevo.

